«Nella musica siamo in una fase in cui non è peggio di prima, è diverso da prima». Intervista ad Amalia Gré

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«Nella musica siamo in una fase in cui non è peggio di prima, è diverso da prima». Intervista ad Amalia Gré

È uscito oggi, 22 novembre, il nuovo album di Amalia Gré, Beige, a distanza di dieci anni dall’ultimo Minuta vs Amalia Gré.
È un disco artigianale, fatto in casa insieme ad alcuni amici musicisti: Marco De Filippis al basso, Marco Piali alla batteria, Michele Ranauro al piano ed elettronica e alla chitarra Andrea Frittelli,  in cui la cantautrice, designer e pittrice italiana è riuscita a produrre un album di grande spessore artistico.
Anticipato dal singolo Goodbye Pork Pie Hat, un classico jazz scritto da Charles Mingus per un suo amico morto, il sassofonista Lester Young e Joni Mitchell poi ne scriverà le parole con la sua arte di poetessa e alcune parole si possono accostare all’artisticità di Amalia Gré: “Una stella splendente in un’età buia”…
Il tuo nuovo singolo è Goodbye Pork Pie Hat. Quali emozioni hai provato quando lo hai sentito per la prima volta e che poi ti ha portato a fare Jazz…
«Mi trovavo a Perugia perché studiavo scenografia teatrale all'Accademia di Belle Arti ed ero su un prato fuori una chiesa sconsacrata adibita a sala concerti e l’orchestra di Gil Evans, un direttore d’orchestra pazzo che girava per il corso di Perugia in costume da bagno e una fascia sulla testa, ma geniale, aveva riarrangiato questa canzone di Mingus, in una maniera molto eterea e sinfonicamente perfetta. E lì sono crollata e, mi sono detta, questa è la mia musica e dove l'anima mia deve andare». 
Dopo circa dieci anni esce questo nuovo disco, Beige…
«Sono dieci anni, l'età di mia figlia, praticamente l’ho avuta alla terza età, a 44 anni. Ci siamo un po' dimenati in questa nuova situazione, sempre creando, facendo, pensando. Un po' imploso come periodo ma non meno creativo e ho messo in cantiere i vari miei progetti, un disco di inediti e questo album, Beige, e non sapevo quale fare uscire prima. Nel frattempo lei è cresciuta, adesso noi possiamo partire, anche il padre suona con me e, quindi, quando andiamo via da casa non c'è il problema con chi lasciarla».
Perché intitolarlo “Beige”?
«Il beige è un colore classico, il jazz è una musica classica. Classica tipo il trench di Burberrys, una cosa che rimarrà sempre e lo rivisiteranno, ma non si spegne come la sabbia che è eterna. Come una persona che si veste in abito, che si mette un trench è una cosa classica, che andrà sempre. Beige, quindi, è una musica che rimane lì e la puoi andare a riscovare, ma c'è e non si spegne, perché è troppo radicale e radicata ed è troppo di spessore».
Quali sono stati i criteri per cui hai scelto i brani per il tuo nuovo album?
«Ho scelto questi brani perché sono gli standard che mi piacciono di più e che sento nelle mie vene e che ho sempre cantato e con i quali ho fatto la gavetta a New York. Sono cresciuta con queste canzoni, sono andata a New York per imparare la lingua e per entrare nel loro mondo. Come se tu volessi imparare a cantare l'Opera e devi venire a Roma ed io avevo necessità di andare lì, perché stando in Italia ne hai solamente una sensazione transatlantica, ma è diverso che stare lì e immergerti nelle jam session e stare a contatto con loro, come ragionano, come si muovono e, quindi, è stata una full-immersion molto lunga, di 8 anni e lì ho imparato a jazzare».


Tutti grandi successi, tante cover fatte, tante interpretazioni varie, ma qual è la tua impronta data?
«Questi standard non li ho voluti fare in maniera canonica, il solito disco di una cantante che canta con le spazzole, sarebbe stato troppo scontato. Per scontato non intendo banale, ma volevo fare altro. Il discorso più flat, più semplice lo farò da grande, forse a ottant’anni avrò la band con le spazzole, il contrabbasso, più canonica, ma adesso volevo rendere la situazione frizzante e mi sono inventata delle ritmiche impensate, un po' bislacche sulle quali appoggiare queste canzoni e ho aggiunto l'elettronica. Inoltre, ho aggiunto anche una cover, I’ll write a song for you degli altri Earth Wind & Fire, che è stato un po' il pilastro della mia cultura. Ho cantato per anni questa canzone davanti allo specchio ed è stata la mia palestra, ciò a testimoniare il mio attaccamento alla black music, perché prima di approdare al jazz,  seguivo il mondo degli Earth Wind & Fire, Kool & the Gang, George Benson, Al Jarreau, un po’ funky, un po’ jazz con questa commistione molto black».
Per gli arrangiamenti musicali hai cercato e voluto qualcuno di particolare?
«Gli arrangiamenti li ho fatti io, insieme al bassista Marco De Filippis e al batterista Marco Piali, anche i suoni li abbiamo scelti insieme e ho diretto i lavori personalmente».
…e le armonie?
«Le armonie le ha curate il bassista, molto bravo a cambiare gli accordi e ha riattualizzato il tutto, volevamo essere un po' più freschi».
Come si è evoluta la tua voce nel tempo? Cos’hai fatto per trovare e sviluppare il tuo suono, la tua voce così eccezionale?
«Non so se sia eccezionale, faccio i miei soliti vocalizzi, mi alleno ma non studio quanto studiavo quando ero giovane, studiavo cinque ore al giorno, adesso bene o male un mantenimento. Sicuramente la voce sarà cambiata, ho tanti anni di più, ma ho anche superato la questione gotica, estetica di me stessa. Adesso voglio dare tanto agli altri, perché ho questo dono e lo voglio regalare. Sto in un'altra fase, anche più di consapevolezza».
C’è qualche ricordo particolare durante la registrazione di questo album e/o sessione in studio che vorresti condividere?
«Marco Piali vive a Los Angeles da tantissimi anni, era capitato a Roma e non poteva praticare la batteria e noi gli abbiamo offerto di venire a casa nostra per lavorare sullo strumento e abbiamo approfittato del fatto che venisse da noi per creare questi standard, per inventarceli, per cui lui si allenava e poi cominciavamo a suonare insieme. Partiva da Roma alle cinque del mattino con i mezzi, arrivava a Viterbo alle 8, io lo andavo a prendere ed inimmaginabile come onoravo quest’ospite, sentivo proprio il dovere di onorarlo per questa cosa che stava succedendo. Con tutti quei cappuccini che mi chiedeva, abitudine americana, cappuccini continui, quattro o cinque ogni mattina e in più gli facevo dei pranzi favolosi, delle apparecchiate, non lo so, ero impazzita, anche perché non amo molto stare con i pentolini e altro, lo faccio solo per una questione creativa, quando m’invento qualcosa, ma la quotidianità mi ammazza. E, quindi, è stato tutto molto organico, quando tutto fluisce senza ostacoli, c'era un mood bellissimo, spero che traspaia dalla musica».


Come lo hai conosciuto?
«Marco lo conoscevamo da tempo, era amico del bassista. Poi siamo andati in America e anche lui, noi siamo tornati in Italia dopo otto anni, mentre lui è rimasto molto di più e si è trasferito a Los Angeles, perché all’inizio stavamo tutti a New York. Lui è un ex pugile, un personaggio e anche lui suona divinamente con un groove incredibile».
Oltre a fare musica tu sei anche una pittrice e, infatti, hai anche disegnato la cover del disco…
«Quel profilo lì con un occhio solo, l'ho disegnato tutta la mia vita, anche sui muri. L'avrò fatto settemila miliardi di volte, aiutami a dire quante, tipo una roba ossessiva, sempre queste donne, questi profili con un solo occhio e mi sono detta che, per questo album, voglio quel profilo perché mi rende riconoscibile almeno al mio entourage di amici e a chi mi conosce bene. Una sorta di marchio».
Se potessi cambiare una cosa nel mondo musicale e diventerebbe una realtà quale sarebbe?
«Non vorrei cambiare niente, ognuno fa quello che vuole e quello che sa fare. Non voglio denigrare nulla, adesso siamo in una fase in cui non è peggio di prima, è diverso da prima. Ci sono delle cose buone e degli ottimi fermenti, non voglio fare la nostalgica, io sono più jazzistica, lui è più rap, l'altro più trap e conviviamo, così come ci sono degli artisti del cantautorato romano come Calcutta, Tommaso Paradiso ci sono delle cose molto belle adesso che girano, non ti piacerà tutto, ma è una fase diversa».
 Oltre al jazz in quale altro genere ti piacerebbe osare?
«Adesso, parallelamente, sto lavorando anche a un album di inediti, mi sto sporgendo verso l'elettronica e il pop. Mi piace essere trasversale, non nascondo che, se riuscissi a fare un pezzo dance non avrei remore, non mi voglio confinare in una scatola, a me piace essere un po' tutto. Certo non riuscirò mai a are la cantante pop canonica, ma sarà un pop diverso».
Da questo tuo ritorno cosa devono aspettarsi i tuoi fan per il 2020? Un Tour?
«Stiamo già progettando delle date e spero di toccare vari festival di jazz e non solo. Essendo trasversale cercherò di essere più fedele all'album, ma ritornerò anche con i miei classici, Io cammino di notte, Amami per sempre. Toccherò le mie vene anche pop, renderò omaggio a quello che sono e sono stata».
Vuoi raccontarci un altro aneddoto particolare legato a come hai scoperto per la prima volta qualche pezzo dell’album?
«Body and Soul. Durante i miei studi di jazz, avevo fatto un seminario con una cantante jazz americana, Betty Carter, che mi aveva molto incoraggiato e mi aveva detto vieni in America, impara la lingua, magari ti seguo un po' e mi ha fatto da mentore quando lei c'era, perché lei aveva 65 anni e girava come una trottola per tutto il mondo e quando stava a Brooklyn io la andavo a trovare e mi dava delle pillole di saggezza. Mi diceva raccontava molte cose e qualche volta faceva cantare in qualche sua data. E una volta al Blue Note di New York mi ha fatto cantare Body and Soul, contenuta nell'album, in platea c’era George Benson che mi viene a fare dei complimenti: “You’re great, great”».


In effetti hai una voce straordinaria, lo so che riconosci anche i tuoi limiti, ma dobbiamo anche dire che la tua è una bella voce…
«É un regalo di mia madre, non era una musicista, ma un’insegnante, però era molto brava nella manualità lei dipingeva e facevamo tante cose artistiche, quindi, questa vena creativa c'era e ho due figlie super artistiche, oltretutto. Una vuole fare l'attrice di ventuno anni e fa morire dalle risate e la seconda di dieci anni si mette al piano e ha fatto un pezzo bellissimo, entra in fase privata e comincia a suonare».